Dalla Corte: un Design Sprint per una macchina da caffè pensata per non fermarsi mai
Come si valida un'idea prima di costruirla? Il caso di una macchina da caffè pensata per non fermarsi mai.
C'è un momento, in ogni azienda che produce macchine, in cui qualcuno in sala riunioni dice: "E se ripensassimo il modo in cui la costruiamo, da zero?" È un'intuizione che può valere un nuovo prodotto — o sei mesi di sviluppo buttati, se nessuno la mette alla prova prima.
È quello che è successo con Dalla Corte, storica azienda italiana produttrice di macchine da caffè professionali. L'intuizione alla base del progetto: un nuovo approccio alla produzione delle macchine da caffè, con un obiettivo preciso — una macchina pensata per non fermarsi mai. Non entro nel dettaglio di come questo obiettivo si traduca tecnicamente: è terreno che resta dell'azienda. Quello che posso raccontare è il percorso che ha permesso di capire, prima di costruire, se quell'idea aveva davvero un mercato.
Prima di investirci, Dalla Corte doveva rispondere a una domanda semplice e scomoda: funziona anche fuori da questa stanza?
Il coinvolgimento
A chiamarmi non è stata direttamente Dalla Corte, ma Emo Design, agenzia di design industriale che segue l'azienda sui progetti di prodotto. Il mio ruolo è stato quello di facilitatore esterno: ho progettato e condotto il workshop, mentre il team di Emo Design ha gestito la parte di ricerca successiva, incluse le interviste con i potenziali clienti.
È un modo di lavorare che conosco bene e che uso spesso: un'agenzia o uno studio di design porta la competenza di prodotto, io porto il metodo per far convergere le persone giuste su una decisione. Nessuno dei due mestieri sostituisce l'altro.
In stanza, il giorno dello sprint, c'erano le persone che contavano davvero:
il fondatore di Dalla Corte — un imprenditore navigato, alla sua non più giovanissima età, che si è messo in gioco con una disponibilità che raramente vedo in chi ha meno esperienza di lui. Ha seguito ogni esercizio con curiosità reale, ha proposto, ha votato, ha lasciato che le sue idee finissero sotto la lente critica del gruppo come quelle di tutti gli altri;
la responsabile marketing dell'azienda;
il responsabile commerciale;
il responsabile di prodotto;
il team di Emo Design e alcuni designer esterni.
Un tavolo con generazioni ed expertise diverse — esattamente il tipo di composizione che rende un Design Sprint difficile da gestire con una riunione normale, e perfetto da gestire con un formato strutturato.
Cosa abbiamo fatto
Il Design Sprint è nato per questo: prendere un'idea che vive ancora solo nella testa di qualcuno e trasformarla in qualcosa che un cliente vero può guardare, toccare (almeno virtualmente) e giudicare — in pochi giorni, non in mesi.
Abbiamo lavorato sull'idea alla base del nuovo approccio: come comunicarla senza svelarne i dettagli tecnici, quali vantaggi rendere immediatamente comprensibili a chi non conosce ancora il progetto, quali obiezioni anticipare. Il gruppo ha tradotto l'obiettivo — una macchina che non si ferma mai — in un concept concreto, verificabile: cosa cambia davvero, per chi gestisce un bar o un locale, sapere di poter contare su una macchina sempre operativa?
L'output dello sprint non è stato un documento di strategia. È stata una landing page con i mockup della macchina, scritta interamente in inglese — perché il test doveva parlare a un mercato internazionale, non solo italiano.
Il test
Quella landing page è stata mostrata a circa dieci potenziali clienti in giro per il mondo, attraverso interviste condotte dal team di Emo Design. Non un sondaggio, non una survey anonima: conversazioni dirette con le persone che quella macchina, un giorno, avrebbero dovuto comprarla o installarla nei propri locali.
È la parte che, nella mia esperienza, fa davvero la differenza tra un'idea che resta un'opinione interna e un'idea validata: la reazione di chi non ha nessun interesse a dirti che va tutto bene.
Cosa è rimasto dopo lo sprint
Per Emo Design, quello con Dalla Corte è stato il primo Design Sprint vero. Prima di quel workshop, il team aveva seguito una formazione con me — ma tra sapere come funziona un metodo e guidarlo dal vivo, con un cliente reale e una posta in gioco vera, c'è una distanza che vale la pena colmare con un facilitatore esterno, almeno la prima volta.
Non è rimasto un episodio isolato: da lì, Emo Design ha iniziato a usare il Design Sprint come metodologia interna su altri progetti. È il segnale che mi interessa di più quando chiudo un workshop: non che sia andata bene la giornata, ma che quel modo di lavorare resti in azienda anche quando io non ci sono più.
Hai un'intuizione che andrebbe messa alla prova prima di costruirla?
Che si tratti di un nuovo prodotto, un nuovo modo di costruirlo o un servizio da validare, il principio è sempre lo stesso: meglio scoprire in quattro giorni che un'idea non funziona, che scoprirlo dopo sei mesi di sviluppo.